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Contabilità

Contribuenti minimi: conviene davvero?

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La legge finanziaria per il 2008 ha introdotto un nuovo regime semplificato, il cosiddetto "regime dei contribuenti minimi". A distanza di 5 mesi dall'entrata in vigore vediamo di capire i veri pro di questo regime. Innanzitutto (ma a questo purtroppo siamo abituati) c'è stata una iniziale carenza di informazioni dall'Agenzia delle Entrate che ha emesso una circolare esplicativa solo il 21 dicembre, mentre il Decreto Ministeriale è stato ufficializzato il 2 gennaio.

Come l'anno scorso con la proroga delle scadenze dell'Unico, anche in questo caso abbiamo assistito ad una carenza normativa colmata come troppo spesso accade nel campo tributario, con una circolare. L'Agenzia ha poi inviato (non con molta perizia) delle lettere-brochure a diversi contribuenti che, secondo le previsioni, potevano rientrare nel citato regime; peccato che anche in questo caso le lettere siano arrivate a fine gennaio o anche a febbraio.

Ma a conti fatti, è davvero così conveniente? Secondo i relatori della norma, uno dei vantaggi sta nel risparmio dei costi contabili: visto che non si ha più l'obbligo di registrazione, i contribuenti non dovranno più pagare i commercialisti per la contabilità... ma visto che dovranno pagare un'imposta sostitutiva dell'IRPEF pari al 20% del reddito, e visto che tale reddito deve essere calcolato come differenza tra ricavi o compensi e spese sostenute, comprese plusvalenze e minusvalenze, come si fa a calcolare detto reddito e conseguenti imposte, senza registrare la contabilità?

A parte questa puntualizzazione, andiamo ora a vedere più da vicino a chi conviene questo regime. A primo impatto, il primo limite posto dal legislatore, quello dei ricavi massimi di 30.000€, premia maggiormente chi ha un alto indicatore di redditività, ovvero un alto rapporto tra ricavi e reddito. Tra le due macro-categorie di contribuenti inclusi dalla norma, i favoriti sono dunque i professionisti, i quali hanno indici molto alti rispetto agli imprenditori che in bilancio hanno acquisti per merci che i professionisti non hanno. Ad esempio, un professionista che ha compensi per 28.000€ e spese per 6.000€ si trova all'interno del regime pur avendo un reddito di 22.000€; mentre un imprenditore che ha ricavi per 40.000€ a fronte di 32.000€ di merci e spese, non rientra nel regime pur avendo un reddito di soli 8.000€.

Attenzione particolare va fatta nel calcolare le tasse. Prendiamo come esempio un imprenditore, un commerciante. Supponiamo che in media abbia ricavi di 25.000€ a fronte di 15.000€ di merci e spese. Naturalmente questi dati sono al netto dell'IVA, e supponiamo per facilità di calcolo che sia i ricavi che le spese siano imponibili al 20% di IVA. Quindi nel 2007 si ritroverebbe con un reddito di 10.000€, 5.000€ di IVA a debito e 3.000€ di IVA a credito. Oltre a pagare 2.000€ di IVA dovrebbe pagare 1.310€ di IRPEF, 140€ di addizionale regionale (esempio Lazio), 50€ di addizionale comunale (esempio Roma) e 105€ di IRAP (esempio Lazio) per un totale di imposte dirette e indirette di 3.605€. Nel 2008 passando al regime dei minimi e con la stessa quantità di uscite si ritroverebbe con un passivo di 18.000€, costituite dalle 15.000€ di merci e spese e da 3.000€ di IVA che diventa un costo deducibile. Per quanto riguarda le entrate è da fare un distinguo: se infatti si decide di vendere le merci allo stesso prezzo dell'anno precedente ci si ritroverebbe con un totale ricavi di 30.000€, invece scorporando i prezzi dall'IVA ci si ritroverebbe con lo stesso reddito dell'anno precedente, ovvero 25.000€. Nel primo caso ci ritroveremmo a parità di movimenti, ad un incremento di reddito rispetto al 2007 di 2.000€, mentre nel secondo caso ad un decremento di 3.000€. Tutto ciò comporta due cose: nel caso di aumento di reddito si ha naturalmente un fatto positivo, ma facendo attenzione si può notare che le imposte da pagare col nuovo regime non si pagheranno sullo stesso reddito dell'anno precedente ma su un reddito più alto. Tale aumento può comportare inoltre risultati non previsti, come la fuoriuscita dal regime per superamento di ricavi, ma anche una maggior tassazione IVS se il reddito superasse il minimale, oltre che fattori marginali ma non secondari come l'aumento dell'ISEE. Nel caso di decremento di reddito si ha invece un risultato non previsto per quello che il più delle volte è un piccolo imprenditore: passare da un reddito di 10.000€ a un reddito di 7.000€ è di certo qualcosa di non previsto. La cosa migliore da fare sarebbe quindi quello di regolarizzare i prezzi in modo da poter trovare il risultato migliore.

Nel grafico sotto riportato si può vedere in che modo colpisce la nuova tassazione. Viene rappresentato il confronto della tassazione a parità di indice di redditività. La linea arancione rappresenta la tassazione del vecchio regime, quella viola la tassazione del nuovo regime con i prezzi delle vendite inclusi di IVA e quella grigia la tassazione del nuovo regime con i prezzi scorporati dell'IVA. Nelle intenzioni del legislatore c'era quello di creare uno strumento che aiutasse i piccoli imprenditori, e invece si può vedere come fino ad una redditività del 12% circa sia più conveniente rimanere nel vecchio regime. All'aumentare della redditività cresce anche la convenienza del nuovo regime. Ma mentre la tassazione del vecchio regime si muove sul principio della progressività dell'imposta che rende la funzione un'iperbole, la funzione del nuovo regime è una retta (spezzata dall'incidenza dell'IVS oltre il minimale di 13.819€) dato che la tassazione si applica in maniera fissa.

Netta poi la convenienza se si guarda il grafico del nuovo regime con i prezzi scorporati dell'IVA, dato importante se abbandoniamo l'esempio del commerciante e prendiamo un professionista, ad esempio un rappresentante, il quale percepirà le provvigioni già al netto dell'IVA. Avendo un'alta redditività avrà beneficio del fatto che l'IVA sugli acquisti diventi un costo abbassando tale indice, e anche ritrovandosi un reddito più basso rispetto al vecchio regime potrà cogliere al massimo gli effetti del nuovo strumento normativo.

Grafico 1

Nel secondo grafico invece possiamo notare la differenza delle imposte a parità di reddito. Come si può notare, è totalmente falso che questo regime aiuta le fasce più deboli perché più aumenta il reddito, più aumenta la convenienza. Infatti fino a quando la detrazione per lavoro autonomo annulla l'IRPEF dovuta e quindi la convenienza che il regime minimo non applica l'IVA, non ci saranno differenze. Scomparsi gli effetti di tale detrazione, dopo i 4.000€ di reddito, la convenienza aumenta in modo spropositato. Il grafico mostra il reddito fino a 18.000€, proprio nel momento in cui la funzione arancione raggiunge il doppio di quella viola: 49% di tassazione sul reddito contro il 25%. La mancanza di un controllo dovuta alla mancata applicazione degli studi di settore rende le conseguenze di questo nuovo strumento ancora peggiori.

Grafico 2

 

Appare quindi chiaro che le semplificazioni tanto sospirate non sono arrivate e che ancora una volta si è persa l'occasione per creare uno strumento davvero utile per far pagare meno tasse alle PMI.

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